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Cibotto si racconta nella sua mostra a Palazzo Roncale

ROVIGO • Toni Cibotto è al Roncale di Rovigo nella mostra a lui dedicata nel Centenario della nascita.

Sala dopo sala, è lui stesso a raccontarsi e raccontare il suo tempo, tra amore e disincanto, sempre in bilico tra un “paradiso perduto”, quello del Polesine e del Veneto d’un tempo. Fino al 28 Giugno 2026

Cibotto a Palazzo Roncale

GIAN ANTONIO CIBOTTO (1925 – 2017)

È  una attualità nella quale si sente sempre più fuor d’acqua, tanto da invitare i suoi molti lettori ed estimatori a “consideralo estinto”, già molti anni prima di andarsene.

La mostra, curata da Francesco Jori, da una idea di Sergio Campagnolo, è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, con l’Accademia dei Concordi e il Comune.

Cibotto “straniero a sé stesso”.

È la tesi del curatore della mostra, Francesco Jori.

Francesco Jori anticipa il taglio che ha inteso dare alla sua ricognizione su Gian Antonio Cibotto che verrà proposta nella mostra (di cui è curatore) dedicata all’intellettuale polesano, mostra che si potrà ammirare al Roncale dal prossimo 5 dicembre al 28 giugno 2026. Curata da Jori, da un’idea di Sergio Campagnolo, l’attesa esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo –in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi – e prodotta da Arcadia Arte, in occasione del Centenario dalla nascita dello scrittore.

La visione del curatore è sintetizzata dal titolo del suo saggio introduttivo al catalogo che accompagna l’esposizione: “Un uomo straniero a sé stesso: dai primi giorni di vita ai suoi estremi momenti”.

È stata un’inesausta, logorante, tormentata vicenda umana, quella di Toni Cibotto; un’esistenza errante, consumata in un’urticante combustione di amore e di odio, nell’inquietante sensazione di non appartenere ad alcun tempo e ad alcun luogo. Neppure alla sua terra, che pure ha portato nel cuore fino all’ultimo”, scrive il curatore.

“Sono uno del Delta padano, niente in comune con il Veneto”. Ed è proprio lì, in quella patria senza confini amministrativi, che nei momenti più estremi Cibotto si reca in cerca di sollievo, di calma interiore, di serenità: “Quando la malinconia bussa con tocchi insistenti alla porta della mia mente, per sfogare l’irrequietudine che diventa un tormento, salgo in automobile e punto su Santa Giulia, a contemplare il frassino imperatore che si staglia enorme all’orizzonte. Lo circondano campi verdi di spugna, e le farfalle gli fanno festa”. E ancora: “Seduto a riva, nella Sacca di Scardovari, contemplo da una parte il mare d’erba e dall’altra l’immensa distesa d’acqua sulla quale respira il cielo. Contemplo l’infinito, come non accade mai da nessuna parte”.

Il catalogo accoglie, accanto agli interventi istituzionali e al saggio introduttivo di Francesco Jori, un suo secondo intervento dedicato ai “Diari Veneti” e testimonianze di Giancarlo Marinelli, Elisabetta Sgarbi, Romolo Bugaro, Ivan Malfatto.

Va subito detto che non si tratta della “solita” mostra su uno scrittore. Certo ci sono i suoi libri, le sue foto, il suo film, le sue macchine da scrivere… ma, nell’originale allestimento creato da Arcadia Arte, a guidare il visitatore è proprio lui, Toni, con le sue riflessioni, i suoi aforismi, i suoi ricordi.  Sono spezzoni tratti da “Il viaggio di Toni”, il docufilm girato in quel mitico treno, “la Vacca mora”, tra Rovigo e Chioggia, che ricalca il titolo di uno dei suoi libri. Ad ogni “fermata”, ricordi biografici, la memoria del padre e di una infanzia isolata, lui unico maschio in un collegio femminile, l’oppressione della solitudine, poi la scoperta della libertà che coincide con la frequentazione di Legge all’Università di Padova.

Una laurea che non metterà mai a frutto, preferendo il giornalismo e la scrittura. 


L’esordio difficile con “La coda del parroco” che finisce sotto la scure della Santo Uffizio, giudizio drammatico per lui che era il figlio di un deputato democristiano soprannominato il “Vicevescovo” di Rovigo. Poi la Grande Alluvione, che vive in prima persona e che racconta in un suo libro.

E ancora gli anni romani, quelli della Dolce Vita, vissuta intensamente accanto a scrittori come Pasolini, Sciascia, Moravia, il mondo dei cinema, Mastroianni, Fellini e l’esperienza della Fiera Letteraria. Ma l’inquietudine lo conduce a tornare a casa, in quel mondo di terra e acque che è il Polesine, che dalla Capitale gli appariva come l’unico luogo in cui potersi ritrovare. Qui ambienta “Scano Boa” da cui deriva un film diretto da Renato Dall’Ara con Carla Gravina.

Anche le esperienze milanesi vengono ricordate, con la sua voce, in mostra: l’orgoglio di aver contribuito al successo delle mitiche “Mille Lire”, l’esperimento editoriale forse di maggior successo nel Novecento italiano, la frequentazione di Arnaldo Mondadori e di Edilio Rusconi, poi il dar vita a Premi Letterari che fecero epoca: il Fiuggi, il Campiello, il Settembrini, il Comisso, tra i tanti, e le frequentazioni quotidiane con scrittori e editori. E a fare da fil rouge di quegli anni, il suo quotidiano, Il Gazzettino, che lo annoverava tra le sue firme e i “Diari Veneti”, la sua popolare rubrica fissa, poi raccolta in 4 volumi da Marsilio, il suo editore. Il teatro è la sua altra passione, vedendolo in veste di studioso del teatro di tradizione, promotore di compagnie teatrali amatoriali, poi la direzione del Goldoni.

Una vita straripante di incontri, relazioni, successi. Ma sotto questo scintillare, si avverte la profonda inquietudine di un uomo che non si sente mai risolto, che vede mutare il mondo secondo forme che gli sono estranee, che trova compagnia preferita in Fosca, la sua cagnetta. Di essa dice: “è la mia docente universitaria, giocando a palla mi ha insegnato il segreto della vita: non pensare”

Quando lo assale la melanconia sale sulla sua Mini bianca (anch’essa in mostra) per avventurarsi in viaggi solitari, o talvolta con fidati amici, nel suo Delta. Per rivedere una chiesetta abbandonata, perdersi nel mare d’erba o raggiungere il rifugio dell’Abbazia della Madonna del Pilastrello e fare due chiacchiere con l’amico Abate. A cercare di suggere linfa vitale da luoghi che gli erano nel cuore.


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