ROVIGO • Negli ultimi anni stiamo assistendo a una serie di cambiamenti che, presi singolarmente, potrebbero sembrare tecnici o marginali. Visti insieme, disegnano però una direzione che ci pare abbastanza precisa e che va presa in considerazione. Le classi crescono, le risorse diminuiscono.
Siamo insegnanti di scuola secondaria superiore della provincia di Rovigo. Lavoriamo ogni giorno in aule e corridoi, a stretto contatto con studenti di diverse età e provenienze, con le loro difficoltà, le loro storie, le loro famiglie. Scriviamo questa lettera rivolgendoci proprio all’ampia comunità che gravita attorno alla scuola, perché riteniamo che alcune questioni meritino una discussione aperta con le famiglie, con gli studenti, con la cittadinanza e con le autorità competenti.
Accade sempre più spesso che, alla fine di un anno scolastico, negli istituti superiori una classe terza o quarta venga smembrata, e i suoi componenti vengano ripartiti in altre sezioni. È sempre accaduto, si dirà; ma una volta era l’eccezione, ora sta diventando, a quanto pare, la regola (almeno a Rovigo).
Il risultato è che ad un certo punto – nonostante il calo demografico – ci troviamo davanti classi di 29 o 30 studenti, a volte composte da ragazzi che non si conoscono tra loro, con storie scolastiche diverse, in un momento già avanzato del loro percorso formativo. Questo avviene mentre gli studi sull’educazione e le stesse normative ministeriali ci chiedono di andare nella direzione opposta, lavorando sulla personalizzazione e sull’attenzione ai bisogni individuali.
Il numero di studenti con Piano Didattico Personalizzato (PDP) e Progetto Formativo Personalizzato (PFP studente-atleta) è in costante aumento: stiamo imparando ad accogliere al meglio e modulare la nostra didattica sulle differenti esigenze e modalità di apprendimento. Ma l'accorpamento indiscriminato di classi va nella direzione esattamente opposta. Chiunque abbia figli in età scolare, e non solo, comprende molto bene questa dicotomia: non è la stessa cosa seguire venti ragazzi o seguirne trenta, soprattutto quando alcuni di loro hanno bisogni specifici che richiedono tempo e cura particolari.
A questi accorpamenti si accompagnano tagli all'organico docente. Solo per citare un dato, in Veneto per il prossimo anno scolastico la riduzione dei posti di potenziamento ammonta a 99 cattedre, un dato che incide concretamente sulla possibilità delle scuole di gestire recuperi, progetti e ampliamento dell'offerta formativa.
E la situazione è simile anche per le classi di concorso ordinarie, per le materie scientifiche, la storia dell’arte e altre ancora.
Per il prossimo anno scolastico nella provincia di Rovigo, oltre ad avere docenti perdenti posto, aumenteranno in modo significativo le cattedre ad orario esterno (quindi su più scuole). Questo significa che docenti stabilizzati da anni nello stesso istituto, spesso impegnati in progettualità a lungo termine e percorsi costruiti nel tempo, saranno costretti a rivedere tutto o a dividersi tra due o più scuole, non necessariamente situate nello stesso comune. Ne consegue un inevitabile impoverimento della continuità didattica e progettuale: molti docenti che da anni seguivano attività e progetti specifici perderanno la possibilità di portarli avanti con evidente ricaduta sugli studenti e sulle loro aspettative. Tali incarichi rischieranno di essere ridimensionati o addirittura abbandonati.
Si riduce la formazione di base.
A pagarne lo scotto sono soprattutto i ragazzi, che inevitabilmente vengono danneggiati da una formazione che sarà meno valida ed efficace. Avranno meno tempo per recuperare, meno tempo per apprendere, e ancora peggio, meno tempo per essere ascoltati. Se ne accorgono, anche se non sanno che la loro situazione non è un caso isolato, ma è sempre più la normalità.
Come se non bastasse, dal prossimo anno scolastico entrerà in vigore la riforma degli istituti tecnici, nata con l'obiettivo dichiarato di avvicinare la scuola al mondo del lavoro. Il monte ore settimanale rimarrà invariato, ma cambierà la distribuzione interna: già nel primo biennio si ridurrà l'area dell’istruzione scientifica di base con l’anticipazione delle discipline di indirizzo. Questa contrazione riguarderà non solo i saperi di base delle discipline STEM (di ambito scientifico o tecnico-scientifico), ma negli anni successivi anche la matematica e l’italiano, con il rischio concreto di impoverire l'offerta formativa e la funzione educativa degli istituti tecnici.
Non siamo contrari all'innovazione: lavoriamo con le novità tutti i giorni. Ma una scuola che rinuncia a formare cittadini capaci di pensare criticamente, di leggere la realtà, di orientarsi nel tempo e nello spazio, anche e soprattutto davanti a un mondo che cambia velocemente, non è una scuola più moderna: è una scuola più povera.
Le decisioni calano dall'alto senza dialogo
Ciò che ci colpisce forse più di tutto il resto è però anche il metodo con cui questi cambiamenti vengono portati avanti. La riforma degli istituti tecnici è ancora una volta l'esito di un processo unilaterale che non ha previsto alcun confronto con il mondo della scuola, ed è intervenuta a iscrizioni già concluse, modificando sostanzialmente il percorso di studi scelto da studenti e famiglie.
Lo stesso vale per le decisioni sugli organici: l'obiettivo appare solo quello di non superare i limiti finanziari, operando tagli senza criterio. Quando proviamo a far sentire la nostra voce attraverso i canali istituzionali troviamo porte chiuse. E così si perdono le specificità, che nel nostro territorio sono molte: il Polesine non è una provincia come le altre, ha una sua storia e un suo percorso. Gestirla solo sulla base dei numeri significa farla progressivamente morire.
Cosa chiediamo
Non scriviamo questa lettera per contrapporci a qualcuno; scriviamo per aprire un dibattito che finora non c'è stato. Chiediamo che a livello locale e regionale si torni ad ascoltare le scuole: i dirigenti, i docenti, i genitori, gli studenti. Che le decisioni sull'organico non siano prese sulla base di soli parametri numerici, ma tengano conto della specificità dei territori, delle dimensioni demografiche di province come la nostra, della realtà quotidiana di chi in quelle aule ci vive. Che la scuola non venga trattata come una voce di spesa da ottimizzare, ma come un investimento nella crescita delle persone e delle comunità.
Già oggi il nostro paese è, tra quelli industrializzati, uno di quelli che investe meno nella formazione. L’Italia nel 2024 – prima ancora di questi tagli – destinava il 4% del PIL all’istruzione; la Germania il 4,5%, la Francia il 5,2%. Per non parlare della Svezia, sopra al 6%. In Europa fanno peggio di noi Bulgaria, Grecia, Romania: dobbiamo decidere a quali paesi – dal punto di vista culturale ma anche economico – vogliamo assomigliare.
Invitiamo studenti, genitori, amministratori locali e chiunque abbia a cuore il futuro dell'istruzione in Polesine e non solo a unirsi a questo confronto. Per questo sollecitiamo la formazione di una Tavola Rotonda aperta alla cittadinanza tutta, compresi i rappresentanti delle istituzioni locali, provinciali e regionali che hanno in altre occasioni manifestato il loro forte interessamento per la scuola polesana.
Le scuole non appartengono solo a chi le gestisce da Roma, da Venezia, o da Rovigo stessa e neppure solo a noi docenti: appartengono alle comunità. E preparano il futuro del nostro territorio, del nostro Paese, dei suoi cittadini e di chi un domani lo dovrà governare nel modo più illuminato possibile.
Lettera firmata da:
I docenti del Liceo Scientifico Statale “P. Paleocapa”
Il Consiglio di Istituto del Liceo Scientifico Statale “P. Paleocapa”
Componenti RSU del Liceo Statale “Celio-Roccati”
Componenti RSU dell’I.I.S. “Viola-Marchesini”
Gilda degli insegnanti territoriale, Renata Mosca
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