ROVIGO • Inaugurata l'installazione degli architetti Pietropoli dal titolo "PONTE", curata dall'Avv. Michele Ciolino.
PONTE. Un inno, un invito ad approfondire un dialogo. Un inno ad aprirsi per costruire relazioni.
Di questi tempi, ma forse oseremo dire da sempre, ne abbiamo bisogno per crescere.
“PONTE” - L'ARCHITETTURA DELL’INCONTRO
Ponte non è soltanto un titolo: è una dichiarazione di intenti, una postura nei confronti del mondo.
La mostra, ospitata a Rovigo negli spazi del negozio Minimal Contemporary di Via X Luglio 17/A dal 16 al 30 aprile, si costruisce attorno a un gesto primario e universale: mettere in relazione ciò che è separato. Non a caso, gli artisti — padre e figlio, entrambi architetti di formazione — scelgono di firmarsi con il cognome condiviso, Pietropoli, assumendo su di sé, già nel nome, la prima forma di unione, il primo attraversamento simbolico.
Il ponte, nella sua essenza, è un dispositivo di tensione: esiste perché vi sono due sponde che non coincidono, due margini che resistono alla fusione. In questo senso, il lavoro esposto si inscrive in quella linea di pensiero che vede nella distanza non un limite ma una condizione necessaria al pensiero stesso. Come suggeriva Nietzsche, l’uomo è un ponte e non uno scopo: un passaggio, una soglia instabile tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Le sculture e i bozzetti presentati in mostra sembrano incarnare questa tensione, proponendo ponti talvolta impossibili, sospesi tra funzione e utopia, tra ingegneria e immaginazione.
Le opere poggiano su basi di vecchie traversine ferroviarie: legni segnati dal tempo, carichi di memoria e di attraversamenti già compiuti. Sono radici arcaiche, reliquie di un’infrastruttura del passato, che qui vengono riattivate e proiettate in visioni avveniristiche. In esse si avverte l’eco del pensiero di Parmenide, nella loro ostinata permanenza, ma anche il fluire eracliteo che le ha consumate e trasformate. Stabilità e mutamento convivono, come nei ponti stessi: strutture concepite per resistere e, al contempo, per essere attraversate, quindi continuamente negate nella loro immobilità.
L’architettura dell’incontro si estende oitre lo spazio espositivo, investendo l’intero edificio attraverso un’installazione site specific. Dall’ingresso fino al cortile interno, corde arancioni — quelle usate per l’attracco delle imbarcazioni — tracciano una fitta trama nello spazio, una sorta di ragnatela che cattura lo sguardo e costringe il corpo a ridefinire il proprio percorso. Se il ponte unisce, qui è la rete a moltiplicare le connessioni: ogni nodo è un punto di tensione, ogni incrocio un possibile dialogo. Nel cortile, l’intreccio si fa più fitto, quasi a suggerire che l’avvicinamento alle opere coincida con un’intensificazione delle relazioni, una maggiore densità del pensiero.
In questo dispositivo ambientale risuona la riflessione di Simmel sul ponte e sulla porta: se la porta separa e definisce, il ponte connette e supera. Ma entrambi sono gesti culturali, modi attraverso cui l’uomo articola il proprio rapporto con lo spazio e con l’altro. Le corde, tese e vibranti, funzionano insieme come soglia e come attraversamento: delimitano e, allo stesso tempo, invitano a oltrepassare.
SI potrebbe leggere l’intera mostra come una città invisibile, nel senso calviniano: un insieme di strutture che non esistono tanto per la loro realtà fisica quanto per la rete di relazioni che instaurano. I ponti di Pietropoli non sono soltanto oggetti, ma narrazioni potenziali, frammenti di un atlante immaginario in cui ogni passaggio è anche un racconto, ogni connessione una possibilità di senso.
Ponte diventa così una meditazione sull’intervallo: tra generazioni, tra discipline, tra pensieri. Un invito a sostare in quello spazio intermedio dove nulla è ancora definitivamente dato, ma tutto è già in relazione. In un’epoca che spesso radicalizza le distanze, queste opere ricordano che il pensiero stesso nasce come attraversamento, come gesto di connessione tra rive lontane. E che ogni vero incontro, come ogni ponte, è sempre un’opera in tensione.
Ma forse poi tutto ha origine da una formula etica/filosofica prima che pratica, come teorizzava Giambattista Vico, VERUM IPSUM FACTUM: la verità’ stessa è il fatto e l’uomo può conoscere solo ciò egli crea e produce.
E allora...produci ponti!
M.C. Minimal Contemporary - Rovigo Via X Luglio n. 17/A
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